domenica 28 febbraio 2010
L’estrema sintesi (aforisma 03)
Il “limite” è dato: dall’ignoranza o dall’opportunismo. (Leonardo Bottiglieri, 28 febbraio 2010)
Quando si dice: «La speranza è l’ultima a morire»
Vorrei chiedere all’On. Fini: «Sa quanti “danni e disastri” procura questa giustizia che “funziona”? E’ mai entrato in un aula di giustizia da semplice ed anonimo cittadino? E sempre come tale, ha mai fatto una denuncia?». Pensi! che, in tempi non sospetti, l’On. Giovanni Giolitti ebbe a dire: «Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano.» E’ evidente che le Sue affermazioni, On. Fini, rispondono perfettamente a “logiche di convenienza” perché Lei sa bene come funzionano le “cose”. Mai come in questo caso è d’obbligo una premessa: «Non ho mai votato per Berlusconi! e per la destra in generale!». Chi mi conosce sa che questa affermazione corrisponde al vero. Oggi, più che mai, sono convinto che il problema dell’Italia sono gli italiani. Un modus vivendi talmente radicato che l’On. Berlusconi rappresenta, stranamente, una speranza che spero non sia l’unica e nemmeno l’ultima.
L’estrema sintesi (aforisma 02)
La giustizia in Italia? E’ come sedersi ad un tavolo di poker con un baro! (Leonardo Bottiglieri, 27 febbraio 2010)
L’estrema sintesi (aforisma 01)
C’è chi va dove lo porta il cuore, chi invece si fa condurre dalla mente, il resto vanno tutti a piedi. (Leonardo Bottiglieri, 23 febbraio 2010)
domenica 14 febbraio 2010
La notte delle vacche nere
Oramai siamo alla frutta! Comici che parlano di bilanci e giornalisti che fanno teatro per far ridere la gente. Per carità! non sarò certo io a meravigliarmi di ciò e di ben altre cose che accadono nel nostro Paese ma sarebbe opportuno rammentare, a costoro, il detto napoletano che recita: "ca' nisciun è fess!" (per gli amici: "qua nessuno è fesso"). Si noti con quanta "nonchalance" il sig. Beppe Grillo sostiene la tesi che il "crack" finanziario della Parmalat era prevedibile e sotto gli occhi di tutti: «Parliamo del 2001 poi il crack è arrivato a dicembre 2003 ... andavo sulla Banca d'Italia a vedere i debiti ... erano tutti lì ... sul sito ... perché io sono passato come eroe europeo per aver detto delle stronzate? che sapevano tutti? ... io ho parlato con un... un... uno della Parmalat che ho detto il nome qui ... il latte lo fa la mucca il culo se le fatto la mucca la mucca dovrebbe essere risarcita». Si dice che la mente di un artista (perché Beppe Grillo è un "artista") sia attraversata da una linea di follia che lo rende unico ed inimitabile ma nel caso Parmalat, il "Grillo Parlante", avrebbe fatto meglio a "tacere" invece che avventurarsi per sentieri a lui palesemente sconosciuti dimostrando che la sua follia va ben oltre certi canoni e rasenta il delirio. E' chiara la difficoltà in cui si trova nel dover giustificare, alla magistratura, il modo in cui ha agito. Invece di rendere pubbliche le "confidenze" ricevute, denunciandole alle autorità competenti, ha preferito farle diventare materiale per i suoi spettacoli. Il sig. Beppe Grillo, per me, è colpevole quanto coloro che, attivamente, hanno determinato il disastro Parmalat: "non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo". Se bene non avesse l'obbligo giuridico (punti di vista) aveva quantomeno quello morale. Per essere chiari: con la sua condotta omissiva ha permesso che decine di migliaia di azionisti ed investitori fossero vittime di un reato. La sua è stata una vera e propria "omissione di soccorso" in quanto avrebbe dovuto compiere tutte quelle azioni a tutela o in aiuto di terzi che erano esposti ad un pericolo. Come si può ben vedere io parlo di omissione, non di omertà, questo perché il sig. Beppe Grillo è di Genova e non del "mio omertoso" Sud. Oggi è chiaro che, il comico genovese, è "entrato in politica" a difesa delle mucche e dei loro interessi. Mi chiedo: "si può ridere delle disgrazie altrui?". Sembrerebbe di si! Un detto antico recita: "il riso fa buon sangue" ed ecco che anche il sig. Marco Travaglio si è dato al teatro comico. Con fare collaudato ed una mimica facciale che ricorda il gatto Silvestro, intento a pregustare il tanto desiderato "bocconcino", parla anche lui del "caso" Parmalat e dice: «Vi basterà la scena finale del crack Parmalat cioè il giorno in cui sta arrivando la Guardia di Finanza nella sede legale ... arriva nella sede legale di Parma la Guardia di Finanza mandata dalla Procura di Milano si diffonde la voce: "sta arrivando la Guardia di Finanza" ... sentendosi perduti perché sta arrivando la Guardia di Finanza impugnano delle grosse mazze ... pensate in quali mani era la Parmalat». La cosa che più mi colpisce, nel racconto citato, è l'uso dei verbi: "sta arrivando" ed "arriva". Sembrerebbe, secondo la sequenza, che qualcuno avesse avvertito dell'arrivo della Guardia di Finanza: "sta arrivando". Poi "arriva" e nuovamente "si diffonde la voce: "sta arrivando la Guardia di Finanza". Questo più che un racconto sembra un "travaglio". Sono confuso, non so a cosa pensare e quindi concedo come attenuante, al cicerone, l'uso improprio dei verbi saltando, a piè pari, alla scena delle "grosse mazze". Come tutti ben sanno i "top manager" o perlomeno i manager previdenti hanno la "sana" abitudine di tenere a portata di mano, in caso di bisogno, delle "grosse mazze". Qui si potrebbero fare una serie infinita di considerazioni ma mi limiterò a chiedermi: «con tutto il tempo a disposizione (da quando il sig. Grillo lo ha raccontato al suo pubblico), le "grosse mazze" erano l'unico mezzo? non si poteva pensare a qualcosa di più "sofisticato" che si autodistruggesse come in "mission impossible"? con il passaparola una notizia quanto tempo impiega a diffondersi? agli spettacoli del comico genovese chi ci va? il crack Parmalat era davvero il "segreto di Pulcinella"?» Una notizia del genere avrebbe fatto gola a tanti, poteva essere uno "scoop" giornalistico, una "merce" di scambio o un mezzo per indurre a fare o a non fare e chissà a quante altre "applicazioni" sarebbe potuta servire. Improvvisamente sembra che fossero diventati tutti sordi, ciechi e muti. Una notizia data con il "silenziatore". Si potrebbe pensare che "qualcuno" avesse interesse a divulgare la notizia, attraverso canali non istituzionali, per "disinnescarla" del potenziale "dirompente" e renderla così inutilizzabile o perché oramai la "mucca Parmalat" aveva smesso di essere produttiva e di "speculazioni" ed altri "traffici" ipotizzabili non se ne potevano più fare e "conveniva" abbandonarla, in tal guisa, al suo inevitabile "destino". Pensate in quali mani era ed è... l'informazione. domenica 7 febbraio 2010
Google: un robot, un algoritmo o semplicemente un deficiente
Maroni e il video-choc: «Un errore» La Iervolino: «Ne è valsa la ...
commento inviato il 06-11-2009 alle 05:16 da Leonardo Bottiglieri. via dai maroni! ... commento inviato il 04-11-2009 alle 03:36 da Leonardo Bottiglieri ...www.ilmattino.it/articolo
commento inviato il 06-11-2009 alle 05:16 da Leonardo Bottiglieri. via dai maroni! ... commento inviato il 04-11-2009 alle 03:36 da Leonardo Bottiglieri ...www.ilmattino.it/articolo
Questo è quanto viene evidenziato nell'indice di Google scrivendo il mio cognome e nome. Contiene due elementi: il primo mi manda via dai ..., il secondo mi attribuisce la paternità del commento. Cosa fare? Non è scemplice perché Google sembrerebbe un entità astratta. Ho più volte tentato di comunicare, così come altri milioni di utenti internet, con il motore di ricerca ma è inutile o forse impossibile per la quantità "infinita" di dati ma un tentativo ritengo che sia giusto farlo e quindi l'unica strada è quella giudiziaria. Sembrerebbero esserci tutte le condizioni per poter agire nei confronti di Google in quanto non è possibile utilizzare indebitamente il nome altrui senza subirne le dovute conseguenze sia di ordine civile che penale. Difficile? Forse! ma non impossibile. Staremo a vedere chi la spunta e se è possibile mettere un po' di rispettoso ordine nella Giungla Google.
sabato 9 gennaio 2010
Ripetita juvant
In questi giorni, ancora una volta in prima pagina, su un noto quotidiano nazionale troviamo il "cantastorie", per eccellenza, che si diletta a parlare di "mafie". Cosa può far pensare a lui come ad un esperto della "materia" non è dato saperlo. Una cosa è certa ed inconfutabile ha "scritto" un "romanzo" che ha riscosso un sucesso che va al di là di ogni ragionevole e più rosea previsione. Vorrei tentare, nel formulare un teorema, di dare una risposta a tutto ciò. Il "fortunato" editore che ha contribuito al successo di questo scritto è una gloriosa casa editrice italiana che come tutti ben sanno "appartiene" ad un noto imprenditore e politico italiano che molti indicano come colui che negli ultimi 40 anni è riuscito dal "niente" a creare un impero grazie ai soldi di dubbia provenienza. Poichè molti pensieri "illiustri" e lustrati lo indicano come persona non estranea ad un certo tipo di criminalità, vuoi vedere che il "cantastorie" è diventato un esperto grazie ai soldi che gli sono piovuti addosso? Come il proverbio: "chi va con lo zoppo impara la zoppia". Un miracolato! Una sorta di proprietà transitiva che lo rende il "prescelto" invaso dalla "divina" provvidenza. A questo punto è d'obbligo chiedersi: può un "paladino" che ha sfidato i "clan" con gesti plateali (come espletare un bisogno fisiologico in una vasca da bagno appartenuta ad un "famoso" camorrista), quanto meno, non indignarsi nel prendere i soldi da un editore che sembrerebbe essere legato a certi ambienti? Chissà? Dicono che i soldi non hanno odore o male che vada ci si può sempre turare il naso.
mercoledì 9 dicembre 2009
Licenziata per aver scritto su Facebook che il suo lavoro era noioso.
(ANSA) - LONDRA, 27 feb 2009 - Licenziata per aver scritto su Facebook che il suo lavoro era noioso. E' successo a Kimberley Swann, una sedicenne dell'Essex. La ragazza, che aveva iniziato a lavorare per una piccola azienda di Clacton tre settimane prima, aveva scritto: 'Kimberley pensa che il suo lavoro sia noioso'. Lunedi', arrivata in ufficio, ha ricevuto una lettera di licenziamento con effetto immediato, che adduceva come causa ai commenti su Facebook.Ogni italiano perde 190 ore tra file ed uffici
(ANSA) - ROMA, 4 mag 2009 - Ogni italiano trascorre circa 190 ore l'anno tra file, attese e pellegrinaggi negli uffici puubblici per tasse, documenti e burocrazia varia. Il dato quasi raddoppia se il disbrigo degli iter spetta ad un extracomunitario che vive in Italia. Ad evidenziare questo dato é il Patronato Inac-Cia che sta ultimando uno studio sui comportamenti degli italiani, in particolare sui pensionati, rispetto agli adempimenti burocratico-amministrativi. Tra le curiosità segnalate dall'Inac c'é la percentuale di chi non conosce il ruolo e i servizi offerti dai patronati (circa il 73% degli italiani e il 95% degli stranieri) e la percentuale degli 'ignoranti' in materia di leggi e norme pensionistiche, previdenziali e assistenziali (59%).Il 'passaparola' rimane, per affidare il disbrigo delle pratiche, il metodo piu' adottato (65%). Tra un informato e un 'novizio' della pratica c'é una differenza abissale in termini di ore buttate.In questo contesto, l'Inac scende in piazza sotto lo slogan 'C'é differenza tra sapere e non sapere: fare domande, avere risposte'. Il 9 maggio sarà presente nelle strade di tutte le province italiane con gazebo informativi e personale qualificato che rimarrà l'intera giornata a dare spiegazioni ai passanti su pensioni, sicurezza sul lavoro e altro. giovedì 19 novembre 2009
Eaco a Napoli.
I segnali si sono evoluti per manipolare il comportamento di un altro essere
Il problema evoluzionistico del linguaggio è il suo apparente altruismo.
Gran parte del nostro parlare, fatta eccezione per gli ordini e le domande, serve a trasferire informazioni potenzialmente utili dall’emittente (colui che parla) al ricevente (colui che ascolta). Parlare costa tempo ed energia e sembra recare vantaggi solo all’ascoltatore. Sembra quindi un’azione altruistica. Ma l’evoluzione tende a evitare i comportamenti altruistici. Cinquanta anni fa, la comunicazione altruistica non sembrava un problema. L’etologo Konrad Lorenz aveva sostenuto che comunicare servisse al bene della specie. Si riteneva che comportamenti ritualizzati, come il ringhio di un cane, servissero a trasmettere un’informazione precisa sul livello di aggressività di un individuo e sulla sua volontà di combattere. Se un cane che ringhia incontra un altro cane che non ringhia, quest’ultimo dovrebbe abbandonare il campo ed evitare alla propria specie un inutile combattimento fra cani. Per diversi decenni, il dogma per i biologi era che il segnale nel mondo animale significasse comunicazione, che la comunicazione rivelasse emozioni e intenzioni, e che si fosse evoluta per rendere più efficienti le relazioni sociali.
Con l’avvento della teoria del gene egoista negli anni Settanta questa visione idilliaca del segnale animale finì in pezzi: i caratteri non si sono evoluti per il bene della specie. Nel loro fondamentale articolo del 1978, Richard Dawkins e John Krebs sostenevano che gli animali avrebbero potuto evolvere la produzione di segnali solo nel caso in cui i segnali avessero conferito loro un vantaggio netto in termini di fitness, vantaggio consistente in un aiuto a duplicare i propri geni a spese degli altri. L’evoluzione non può favorire una condivisione altruistica delle informazioni più di quanto possa favorire l’altruistica condivisione del cibo. Pertanto, la maggior parte dei segnali animali debbono essersi evoluti per manipolare il comportamento di un altro animale a proprio vantaggio. Il cane ringhia perché è più facile intimidire un rivale che combatterlo. La teoria moderna dei segnali animali si è sviluppata a partire da questa intuizione. I segnali in realtà non trasmettono informazioni sul mondo, perché gli emittenti hanno molte buone ragioni per mentire sul mondo. La teoria sostiene che gli animali in generale si sono evoluti per ignorare i segnali di altri animali che possono essere usati per manipolazione. Ci sono poche eccezioni. I predatori ricevono segnali dalle prede che, in modo attendibile, avvertono: «Non puoi prendermi», oppure «Sono velenoso» (gli animali che si nascondono dai predatori hanno evoluto il mimetismo, il cui scopo è di nascondere anziché trasmettere segnali della propria esistenza). E gli animali che cercano un buon partner con cui accoppiarsi ascoltano i segnali del tipo: «ho dei buoni geni». Tutto qui. A eccezione di quelli di velenosità, questi segnali sono contemporaneamente tutti anche indicatori di fitness. Qualsiasi altro tipo di segnale che si è evoluto in natura è probabilmente pura manipolazione, che espone il ricevente alle menzogne, alla chiacchiera melliflua e alla propaganda.
Di fatto non ci sono modelli di segnali animali nei quali è possibile che si evolvano informazioni sempre attendibili, dato che emittente e ricevente hanno forti conflitti di interessi. Le api usano danze per indicare la direzione e la distanza del cibo, ma le api sono sorelle dello stesso alveare e hanno quindi lo stesso interesse comune.
Con l’avvento della teoria del gene egoista negli anni Settanta questa visione idilliaca del segnale animale finì in pezzi: i caratteri non si sono evoluti per il bene della specie. Nel loro fondamentale articolo del 1978, Richard Dawkins e John Krebs sostenevano che gli animali avrebbero potuto evolvere la produzione di segnali solo nel caso in cui i segnali avessero conferito loro un vantaggio netto in termini di fitness, vantaggio consistente in un aiuto a duplicare i propri geni a spese degli altri. L’evoluzione non può favorire una condivisione altruistica delle informazioni più di quanto possa favorire l’altruistica condivisione del cibo. Pertanto, la maggior parte dei segnali animali debbono essersi evoluti per manipolare il comportamento di un altro animale a proprio vantaggio. Il cane ringhia perché è più facile intimidire un rivale che combatterlo. La teoria moderna dei segnali animali si è sviluppata a partire da questa intuizione. I segnali in realtà non trasmettono informazioni sul mondo, perché gli emittenti hanno molte buone ragioni per mentire sul mondo. La teoria sostiene che gli animali in generale si sono evoluti per ignorare i segnali di altri animali che possono essere usati per manipolazione. Ci sono poche eccezioni. I predatori ricevono segnali dalle prede che, in modo attendibile, avvertono: «Non puoi prendermi», oppure «Sono velenoso» (gli animali che si nascondono dai predatori hanno evoluto il mimetismo, il cui scopo è di nascondere anziché trasmettere segnali della propria esistenza). E gli animali che cercano un buon partner con cui accoppiarsi ascoltano i segnali del tipo: «ho dei buoni geni». Tutto qui. A eccezione di quelli di velenosità, questi segnali sono contemporaneamente tutti anche indicatori di fitness. Qualsiasi altro tipo di segnale che si è evoluto in natura è probabilmente pura manipolazione, che espone il ricevente alle menzogne, alla chiacchiera melliflua e alla propaganda.
Di fatto non ci sono modelli di segnali animali nei quali è possibile che si evolvano informazioni sempre attendibili, dato che emittente e ricevente hanno forti conflitti di interessi. Le api usano danze per indicare la direzione e la distanza del cibo, ma le api sono sorelle dello stesso alveare e hanno quindi lo stesso interesse comune.
tratto da: “Uomini, donne e code di pavone”, Miller G., Einaudi
mercoledì 4 novembre 2009
Quando l'uso diventa abuso
Un atto estremo, plateale e pertanto inutile, privo anche del più elementare requisito: la speranza.
Come si fa, anche per un solo istante, a credere che un gesto così efferato possa generare un moto dell’animo che non sia la paura? Una dichiarazione di guerra alle coscienze o solo un atto di “guerriglia”? Un vero e proprio “spot”, in linea con la tivù commerciale, che evidenzia come la mafia “certi lavori” li esegue con precisione e “pulizia”. Se lo scopo era identificare l’autore del crimine non bastava pubblicare il fotogramma con il volto? Il fine è prendere il colpevole o inviare messaggi? Un modo di agire incomprensibile che denota paura. Come se si volesse distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica forzandola a guardare altrove. Per l’uomo ucciso nessuna pietà, nemmeno quel minimo di dignità che ogni “vita”, almeno dinanzi alla morte, merita.
Tratto da “Un’isola” di Giorgio Amendola:
“Inviati al tribunale di Napoli, sulla base del verbale dell’interrogatorio, fummo assolti dalla imputazione di rissa, grazie alla difesa di Claudio Ferri, per insufficienza di prove. Nella stessa udienza vennero svolti rapidamente altri processi per reati di varia natura, con rituali difese d’ufficio (“Mi rimetto all’indulgenza della Corte…”) e dure condanne. Quando, terminata l’udienza, il presidente si alzò, un vecchietto seduto accanto a me domandò: «E a me non lo fate il processo?». Il presidente, visibilmente seccato, gli chiese il nome e, sfogliate alcune carte, freddissimo gli disse di averlo già chiamato. «Non hai risposto e ti abbiamo condannato in contumacia a cinque anni per ubriachezza e schiamazzi». Il vecchietto non sapeva che cosa fosse essere dichiarato contumace e si affannò a dire che era sempre stato presente, condotto in quell’aula dai carabinieri. Si rivolse ai carabinieri di scorta, per sollecitare la loro testimonianza, ma questi, non interrogati, non intervennero. Tentai di parlare, per confermare che era stato sempre presente e che, per non aver udito il suo nome, non poteva essere dichiarato contumace. «Lei non c’entra, stia zitto, del resto è sempre possibile al condannato ricorrere in appello».
Fui colpito dalla fredda disumanità di quel magistrato che voleva correre a casa per il pranzo e non voleva perdere tempo per colpa di un vecchio sordo ed ignorante. Il palese disprezzo dell’uomo era proprio di una certa tradizione della magistratura italiana che, anche prima del fascismo, era riconosciuta, tranne rare eccezioni, come conservatrice, quasi sempre espressione dei ceti più retrivi dei proprietari agrari, una magistratura di classe, la giustizia dei signori. In fondo, per quanto detenuto politico comunista, io avevo avuto un trattamento migliore perché avevo un buon avvocato, sapevo parlare, ero considerato dal quel giudice come uno della sua classe. Sempre il “figlio del ministro”.”
Le coscienze non si violentano ma si fanno crescere nella consapevolezza dei propri diritti.
Come si fa, anche per un solo istante, a credere che un gesto così efferato possa generare un moto dell’animo che non sia la paura? Una dichiarazione di guerra alle coscienze o solo un atto di “guerriglia”? Un vero e proprio “spot”, in linea con la tivù commerciale, che evidenzia come la mafia “certi lavori” li esegue con precisione e “pulizia”. Se lo scopo era identificare l’autore del crimine non bastava pubblicare il fotogramma con il volto? Il fine è prendere il colpevole o inviare messaggi? Un modo di agire incomprensibile che denota paura. Come se si volesse distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica forzandola a guardare altrove. Per l’uomo ucciso nessuna pietà, nemmeno quel minimo di dignità che ogni “vita”, almeno dinanzi alla morte, merita.
Tratto da “Un’isola” di Giorgio Amendola:
“Inviati al tribunale di Napoli, sulla base del verbale dell’interrogatorio, fummo assolti dalla imputazione di rissa, grazie alla difesa di Claudio Ferri, per insufficienza di prove. Nella stessa udienza vennero svolti rapidamente altri processi per reati di varia natura, con rituali difese d’ufficio (“Mi rimetto all’indulgenza della Corte…”) e dure condanne. Quando, terminata l’udienza, il presidente si alzò, un vecchietto seduto accanto a me domandò: «E a me non lo fate il processo?». Il presidente, visibilmente seccato, gli chiese il nome e, sfogliate alcune carte, freddissimo gli disse di averlo già chiamato. «Non hai risposto e ti abbiamo condannato in contumacia a cinque anni per ubriachezza e schiamazzi». Il vecchietto non sapeva che cosa fosse essere dichiarato contumace e si affannò a dire che era sempre stato presente, condotto in quell’aula dai carabinieri. Si rivolse ai carabinieri di scorta, per sollecitare la loro testimonianza, ma questi, non interrogati, non intervennero. Tentai di parlare, per confermare che era stato sempre presente e che, per non aver udito il suo nome, non poteva essere dichiarato contumace. «Lei non c’entra, stia zitto, del resto è sempre possibile al condannato ricorrere in appello».
Fui colpito dalla fredda disumanità di quel magistrato che voleva correre a casa per il pranzo e non voleva perdere tempo per colpa di un vecchio sordo ed ignorante. Il palese disprezzo dell’uomo era proprio di una certa tradizione della magistratura italiana che, anche prima del fascismo, era riconosciuta, tranne rare eccezioni, come conservatrice, quasi sempre espressione dei ceti più retrivi dei proprietari agrari, una magistratura di classe, la giustizia dei signori. In fondo, per quanto detenuto politico comunista, io avevo avuto un trattamento migliore perché avevo un buon avvocato, sapevo parlare, ero considerato dal quel giudice come uno della sua classe. Sempre il “figlio del ministro”.”
Le coscienze non si violentano ma si fanno crescere nella consapevolezza dei propri diritti.
sabato 31 ottobre 2009
Prodotti tipici
La “bufala” non è un animale ma un tipico prodotto italiano. Gli ingredienti sono sempre gli stessi da millenni: una storia, un certo numero di creduloni (all’occorrenza si possono usare anche incapaci od imbecilli) il risultato è lo stesso, una grande sceneggiatura ed un narratore, meglio se pentito. Veniamo al fatto. Un “bel” giorno non si sa come e perché (vedi risposta ad un giornalista del procuratore antimafia “Grasso”: “Non lo so! Chiedeteglielo voi!”) un pentito di ‘ndrangheta decide di fare una rivelazione e confessare una “malefatta”, una delle tante, nel caso specifico riguarda i famigerati “rifiuti tossici” ma tanto “amati” da una certa letteratura scon(r)tata che senza di “essi” sarebbe rimasta nel dovuto anonimato. Questa volta non è la Campania ma la Calabria, un altro pezzo fantastico ed irripetibile di territorio italiano, a “nascondere” infondo al suo mare un “segreto carico” di morte. Dopo un “tot” numero di giorni pieni di passione, paure, incertezze, orgoglio, nel rivendicare la competenza sulle indagini, con l’immancabile “fiume” di parole si arriva alla verità: “si tratta di un cargo affondato durante la prima guerra mondiale”.Napoli 30 ottobre 2009, posta centrale, dialogo fra due persone che aspettano il loro turno.
Quindi? I rifiuti tossici?
Non ci sono! Mica se li possono inventare?
Eppure sembrava un’informazione di quelle “sicure”. Oh! la nave c’è sono i rifiuti che mancano.
Chissà tutta sta mobilitazione quanto è costata? Ma non facevano prima a chiedere a qualcuno del posto? Per dire: ai pescatori, a qualche anziano. Avrebbero potuto consultare il registro navale.
Certo adesso è facile dire cosa si sarebbe potuto fare ma in quei momenti è tutto difficile.
Ma quali momenti?
I momenti che precedono tutte le grandi decisioni.
Grandi decisioni? Ma di cosa stai parlando?
Lasciamo perdere! Comunque ho sentito dire che si è trattato di una cosa organizzata per discreditare la magistratura.
Come se ce ne fosse bisogno! E poi da chi?
Da lui!
Lui? Tu oggi sei strano. Lui chi?
Tu quanti lui conosci? Il lui, italiano, per eccellenza!
Ah! Quel lui? Ma come faceva a sapere che c’era quella nave affondata in quel punto?
Si dice che quando quel cargo fu “silurato” lui era a bordo che suonava.
Noooooo? Ma quanti anni ha? Lo facevo più giovane! E la magistratura che ha fatto? si è “tenuta la posta”?
No! Ha pubblicato immediatamente il video “shock” sull’omicidio commesso nel rione Sanità da un killer della camorra.
E che “ci azzecca”?
Tonii? Tu a volte sei proprio ottuso!
Io?
Serve a far capire che, malgrado tutto, la mafia è una cosa reale, commette delitti di ogni genere ed è difficile da sconfiggere.
Ma nessuno, mai!, ha messo in dubbio questa cosa! Ti dico la verità! Il mio problema, come del resto quello di tutti, è che non si sa dove guardare. La cavalleria non esiste!
Che centra la cavalleria?
Ma che hai capito? Non la cavalleria intesa come galanteria verso le donne ma, la cavalleria, quella che arriva sempre quando ce bisogno di aiuto. Quella che dice: “Non si preoccupi adesso ci siamo noi, non abbiate paura è tutto finito”. Invece, in quel preciso istante, inizia un incubo che non finirà più per il resto dei tuoi giorni!
E quindi? Qual è la soluzione?
La soluzione? Come se fosse facile! Diciamo che un buon inizio sarebbe che lo Stato tornasse, realmente, nelle mani del legittimo sovrano.
Non sapevo che eri monarchico.
Robé? Poi dici che io sono ottuso, il legittimo sovrano è il popolo così come previsto dalla carta costituzionale.
Quindi il problema è questo? A noi ci “abboffn ‘e chiacchir ‘e café” e loro “’s magnan e ‘s spartn a città!”
Aiutatemi a capire!
"La procura rende pubblico il filmato sperando che la sua diffusione aiuti, con la collaborazione di chi può dare indizi utili, le indagini." Premetto che non sono uno psicologo ma vorrei conoscere quello della Procura di Napoli. Questo filmato dovrebbe indurre i cittadini a collaborare? Insieme ad una “favolosa” donazione, di 2mila euro, per chi farà arrestare il killer. Aiutatemi a capire! C’è qualcosa che mi sfugge? E’ palese che si stia facendo appello al senso e dovere civico dei cittadini ma così sembra che questo stato di cose sia dovuto principalmente all’omertà e non ad una legittima paura. Nessuno decide di stare dalla parte della mafia e la paura nasce dall’incapacità e dalla impossibilità di scernere la “farina” dalla “crusca”, questo perché il pane lo si può fare anche tenendo insieme i due ingredienti.
domenica 25 ottobre 2009
Marr... azzo!
Le chiedo subito scusa se ho “abusato” del cognome ma è stata una tentazione alla quale non ho saputo resistere. Credo (dico la verità: spero!) che mi capisca. Citando una celebre frase dico: “non ci sto!”. Questa è una questione privata che in nessun caso deve e può essere strumentalizzata. La distinzione, tra uomo e politico, è netta! Avrei capito se Le fosse stato imputato qualcosa riconducibile alla carica che ricopre ma nel caso specifico bisogna guardare alla trave e non alla pagliuzza. Nel continuare, questo mio commento, è doveroso sottolineare che non sono un simpatizzante del Suo schieramento politico come non lo sono nemmeno dell’opposto. Lei non si doveva sospendere dal Suo incarico perché, in nessun caso, questa Sua sventura può ricadere nella, famosa, “questione morale”. Non è questo un argomento che può e deve interessare l’opinione pubblica. E’ scontato che, per un certo numero di persone, questa Sua propensione può essere molto discutibile e questo a prescindere, senza volerne fare una questione di “gusti”. La cosa a cui bisogna guardare è la funzione pubblica che in nessun caso può essere confusa con questioni che rivestono la sfera privata di un uomo. Ritengo che siano altre le cose gravi che emergono da questa vicenda. Perché dei carabinieri decidono di fare irruzione in una casa privata? Dove, in quel momento, è presente un famoso personaggio politico. Un’immagine da “paparazzi d’assalto” e non da “forze dell’ordine”. Non che la cosa, di per sé, mi meravigli più di tanto ma il modus operandi è davvero strano. Lascia spazio a molte ipotesi e tutte molto inquietanti. (omissis) Ad ogni buon conto, sono convinto, oltre ogni ragionevole dubbio, che gli sviluppi penali di questa vicenda ci lasceranno senza parole e questo perché in Italia “del doman non v’è certezza …”. Fisso o mobile?
Nel tempo le “cose” o, per essere più precisi, le parole assumono un significato diverso fino a diventare accomodanti o, se vogliamo, adattabili alle circostanze e questo grazie anche alla capacità di chi le usa non senza un “sottile gioco” basato sull’equivoco. Ascoltando il pensiero del ministro Tremonti “sul posto fisso” e quanto detto da chi ha riportato e commentato la notizia, se così la si può definire, sono stato assalito da un dubbio: ma di cosa stanno parlando? questo non perché non fosse chiaro che si stesse parlando di lavoro e non di telefonia ma perché, “da quando è mondo il mondo”, con il termine “posto fisso” si è sempre indicato il lavoro svolto alle dipendenze dello Stato o, quanto meno, del “comparto” pubblico. Nessuno! nemmeno la mente più fervida, l’animo più speranzoso o quel immaginario collettivo può aver creduto che si stesse parlando di cosa diversa. Anche perché, se così non fosse, sarebbe opportuno, quanto meno, che qualcuno indicasse il momento storico in cui possono essere riscontrare le condizioni, anche minime, che possano aver fatto pensare che un contratto a tempo indeterminato, stipulato con un’impresa privata, potesse garantire ad un dipendente il “posto a vita”. Perché è di questo che si sta parlando? o no? una “condizione lavorativa” che al variare dei fattori che la influenzano o che potrebbero influenzarla rimane imperturbabile. Un “concetto” non riscontrabile, quanto meno, in una realtà di “mercato” e ciò posto, senza timore di essere smentito, si può affermare che non è, nemmeno, ipotizzabile. Eppure, stando a quanto ascoltato in questi giorni, sembrerebbe che questa utopia fosse una realtà. Mi chiedo: come si fa a generare, da un semplice pensiero, un oceano di vacuità? I media, con i commenti “dotti” e le solite “ospitate”, hanno fatto a gara nel far credere tutto ed il contrario di tutto. La celebrazione del politicamente scorretto. Affermo ciò, non perché creda o voglia far credere, a differenza di altri, che la politica sia il “male assoluto” della nostra società ma perché penso, fermamente, che il vero problema siano tutti coloro che si ostinano a voler far politica facendo male anche il proprio “mestiere”.sabato 17 ottobre 2009
"Saviano non doveva avere la scorta"
Concordo, "Saviano non doveva avere la scorta", questo perché, indipendentemente da quanto dichiarato dal Capo della omicidi di Napoli, chi "vive" quotidianamente la realtà campana, come me, sa perfettamente quanto possa "servire" ed a chi un libro come "Gomorra". Una “visione” parziale e romanzata non può descrivere la condizione in cui amaramente il sud, in generale, è costretto a vivere e non può rappresentare nemmeno il punto dal quale partire per parlare, con cognizione, della camorra. L'autore asserisce cose che, se fossero il "frutto" di un giornalismo di indagine, sono: veramente fantastiche! Un successo editoriale, parte di quella fenomenologia, che sembra non avere un motore ma essere, soltanto, il risultato di una serie di fattori fortuiti e convergenti. Chi sa quante “bic” sono servite per scrivere questo capolavoro letterario? Al di là di qualsivoglia considerazione sono convinto che ogni forma e manifestazione mafiosa debba essere strenuamente combattuta e vinta. mercoledì 19 agosto 2009
La bella stagione
L'estate è al suo epilogo, i pomeriggi sono pieni di nuvole che preannunciano imminenti temporali che decreteranno la fine della bella stagione ed insieme ad essa la fine delle mie "fatiche" canore. Dal 18 luglio e fino al 31 agosto Otranto mi ospiterà nella incantevole cornice dei "Laghi Alimini" e dove ancora una volta "combatto" con chi crede che la voce sia un aratro trainato dai buoi, un juke box in cui introdurre una monetina e dal quale magicamente musica e parole si diffondono nell'aria. Nessuno immagina e sa quanta fatica costano ore e ore di prove quotidiane con brani ripetuti fino alla noia, a volte la passione sembra non bastare ma quando scende la sera ed incominci a cantare tutto "magicamente" torna ad essere un piacere immenso. Caro Bennato la storia si ripete, in fondo c'è chi pensa che siano solo canzonette.
sabato 15 agosto 2009
Ed è subito sera
Per chi ama la vita non c'è cosa più inutile della morte ma per chi si sente in "prigione" sembra l'unica strada da percorrere. Quelli come me che amano la vita e si sentono in "gabbia" hanno un'unica possibilità: vivere volando. Questo esercizio è stato la prima cosa che ho appreso da bambino ma crescendo ho dovuto imparare ad evitare i "cacciatori". Con il tempo le "armi" si sono fatte sempre più sofisticate e gli "angeli" hanno sempre meno possibilità di sopravvivenza. Quante ferite ho dovuto curare in solitudine, non c'è cosa più ardua che vivere da solo e "disarmato". Le cicatrici a volte fanno male e non solo quando si avvicina un temporale. Un'eredità che nessuno raccoglierà fatta di dolore, preghiere, grandi inibitori e tantissime parole scritte anche tra le lacrime. Un'unica certezza mi accompagna: "la vita è una cosa meravigliosa".
domenica 21 giugno 2009
3M
Ho raccolto la “testimonianza” di una donna che ho conosciuto circa tre anni fa e che ogni qualvolta la incontravo, oltre ai convenevoli saluti, aggiungeva sempre: «Qualche volta ci sediamo a prendere qualcosa da bere e parliamo un po’». Il suo sembrava un “intercalare”, un modo per dire: “Mi farebbe piacere fare due chiacchiere”. Niente di più. Lei, come me, è meridionale ma di una provincia lontana. Volutamente non dirò il suo nome e né farò riferimento a cose, luoghi o persone che possano, anche lontanamente, ricondurre a Lei, in questo modo il racconto potrà rivelarsi un po’ “disarticolato” ed alcuni passaggi di difficile comprensione ma non posso fare altrimenti. Ho deciso di scrivere questo episodio per dare un’eco, un modestissimo contributo, al dramma quotidiano di tante persone che “vivono” il male “oscuro”.
«Dai prendiamoci qualcosa, sediamoci in quel caffè, così ti racconto una storia».
Il tono dato, alle sue parole, mi risuonò come un invito da non poter rifiutare. Non c’era, assolutamente, seduzione nella sua voce. La sua sembrava più una “preghiera”. Non riuscivo a capire il perché, in fondo l’avevo conosciuta come una brillante imprenditrice senza apparenti problemi.
Accomodatici in una saletta interna di un noto caffè partenopeo, ordinammo un’infusione di thè verde per Lei ed una granita di limone per me, faceva realisticamente caldo, ma Lei sembrava che avesse il bisogno di riscaldarsi. Aprì la sua borsa ed incominciò a “rovistarci” con quel tipico modo, che hanno le donne, nel cercare qualcosa, con la testa piegata ad angolo retto e spostando, da una parte all’altra della borsa, il contenuto fino ad estrarre un pacchetto di sigarette e l’accendino. Incominciò a fumare nervosamente, rivolgendo lo sguardo, oltre una tenda a plissè, in un punto indefinito del cielo. Io cercavo di assumere un atteggiamento disinvolto e, non so con quale risultato, questo per evitare che il mio vero stato d’animo potesse emergere e procurarle maggiore tensione, evitai anche di ammonirla sulla circostanza che in quel luogo non si poteva fumare. Non so dire quanto tempo rimanemmo in quello stato, fummo distratti dal cameriere che ci servì le ordinazioni. Lei improvvisamente mi rivolse la parola chiedendomi: «Sai di cosa tratta “il teorema delle 3 M”». Rimasi interdetto. L’unica cosa a cui pensai, nel sentire quella sigla, fu la nota multinazionale americana ma rimasi in silenzio. Non riuscivo a focalizzare. Non so perché ma avvertivo che la sua domanda racchiudesse qualcosa di “rilevante” che andava oltre l’immaginazione e non solo della mia. Mi parlava con delle pause tra una frase e l’altra come se scegliesse con cura particolare le parole.
«Siamo tanti nelle mani di pochi». «Non c’è la benché minima possibilità di sottrarsi al loro giogo». «Ho cercato di combattere ma sono dappertutto». «Mi sembra di vivere in prima persona il film: Invasion of the Body Snatchers».
Le chiesi: "Scusa, di cosa stai parlando?”
Mi guardò, sorrise ed abbassò la testa. A capo chino ripeté: «Di cosa sto parlando?» «Di cosa sto parlando?» «Di cosa sto parlando?» «Sto parlando della mafia!» «Della fottutissima mafia!» «Non di quella presente nell’immaginario collettivo ma della vera ed unica mafia, quella del potere assoluto ed incontrastato. Uno e trino».
Una domanda s’impadronì, in maniera veloce e compulsiva, della mia mente: “Perché hai deciso di parlarne con me?”
«So che tu mi puoi capire».
“Cosa sai?” Il mio tono si fece perentorio. Lei mi guardò, abbassò gli occhi e disse:
«Hanno fatto di me tutto quello che volevano». «Il male è “oscuro” solo per chi non lo “riconosce” e chi lo conosce è solo se tenta di combatterlo». «Non c’è difesa alcuna». «Il Sud non ha nessuna speranza».
Rimasi in silenzio per alcuni minuti, continuando a “gustarmi” quella granita che sembrava essere, inaspettatamente, più aspra del dovuto, non avevo voglia di aggiungere nulla a quanto aveva detto.
Poi le chiesi: “Chi ti ha parlato di me?”.
Mi fissò diritto negli occhi, senza parlare. Voleva piangere ma si trattenne.
Continuai: “Perdonami ma certi argomenti per me non sono da condividere. Non voglio essere e né apparire insensibile al dolore altrui. Sono convinto che, al di là di ogni ragionevole sforzo, non si può essere in grado di comprendere, a pieno, l’altrui sofferenza”. Ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti.
Nell’allontanarmi pensai: “In fondo è una donna sola che cerca di crescere una figlia. Avrà patito e forse patirà le pene dell’inferno. Chi sa quanti prima di me avranno “ascoltato” il suo dramma? E tentato, anche, di consolarla”.
Quello che, forse, rappresento per Lei, io non riesco e non riuscirò mai a vederlo in nessuno. Non ho mai pensato al “mal comune mezzo gaudio”. La coscienza civile non nasce dalla sofferenza ma dalla consapevolezza.
«Dai prendiamoci qualcosa, sediamoci in quel caffè, così ti racconto una storia».
Il tono dato, alle sue parole, mi risuonò come un invito da non poter rifiutare. Non c’era, assolutamente, seduzione nella sua voce. La sua sembrava più una “preghiera”. Non riuscivo a capire il perché, in fondo l’avevo conosciuta come una brillante imprenditrice senza apparenti problemi.
Accomodatici in una saletta interna di un noto caffè partenopeo, ordinammo un’infusione di thè verde per Lei ed una granita di limone per me, faceva realisticamente caldo, ma Lei sembrava che avesse il bisogno di riscaldarsi. Aprì la sua borsa ed incominciò a “rovistarci” con quel tipico modo, che hanno le donne, nel cercare qualcosa, con la testa piegata ad angolo retto e spostando, da una parte all’altra della borsa, il contenuto fino ad estrarre un pacchetto di sigarette e l’accendino. Incominciò a fumare nervosamente, rivolgendo lo sguardo, oltre una tenda a plissè, in un punto indefinito del cielo. Io cercavo di assumere un atteggiamento disinvolto e, non so con quale risultato, questo per evitare che il mio vero stato d’animo potesse emergere e procurarle maggiore tensione, evitai anche di ammonirla sulla circostanza che in quel luogo non si poteva fumare. Non so dire quanto tempo rimanemmo in quello stato, fummo distratti dal cameriere che ci servì le ordinazioni. Lei improvvisamente mi rivolse la parola chiedendomi: «Sai di cosa tratta “il teorema delle 3 M”». Rimasi interdetto. L’unica cosa a cui pensai, nel sentire quella sigla, fu la nota multinazionale americana ma rimasi in silenzio. Non riuscivo a focalizzare. Non so perché ma avvertivo che la sua domanda racchiudesse qualcosa di “rilevante” che andava oltre l’immaginazione e non solo della mia. Mi parlava con delle pause tra una frase e l’altra come se scegliesse con cura particolare le parole.
«Siamo tanti nelle mani di pochi». «Non c’è la benché minima possibilità di sottrarsi al loro giogo». «Ho cercato di combattere ma sono dappertutto». «Mi sembra di vivere in prima persona il film: Invasion of the Body Snatchers».
Le chiesi: "Scusa, di cosa stai parlando?”
Mi guardò, sorrise ed abbassò la testa. A capo chino ripeté: «Di cosa sto parlando?» «Di cosa sto parlando?» «Di cosa sto parlando?» «Sto parlando della mafia!» «Della fottutissima mafia!» «Non di quella presente nell’immaginario collettivo ma della vera ed unica mafia, quella del potere assoluto ed incontrastato. Uno e trino».
Una domanda s’impadronì, in maniera veloce e compulsiva, della mia mente: “Perché hai deciso di parlarne con me?”
«So che tu mi puoi capire».
“Cosa sai?” Il mio tono si fece perentorio. Lei mi guardò, abbassò gli occhi e disse:
«Hanno fatto di me tutto quello che volevano». «Il male è “oscuro” solo per chi non lo “riconosce” e chi lo conosce è solo se tenta di combatterlo». «Non c’è difesa alcuna». «Il Sud non ha nessuna speranza».
Rimasi in silenzio per alcuni minuti, continuando a “gustarmi” quella granita che sembrava essere, inaspettatamente, più aspra del dovuto, non avevo voglia di aggiungere nulla a quanto aveva detto.
Poi le chiesi: “Chi ti ha parlato di me?”.
Mi fissò diritto negli occhi, senza parlare. Voleva piangere ma si trattenne.
Continuai: “Perdonami ma certi argomenti per me non sono da condividere. Non voglio essere e né apparire insensibile al dolore altrui. Sono convinto che, al di là di ogni ragionevole sforzo, non si può essere in grado di comprendere, a pieno, l’altrui sofferenza”. Ci salutammo con la promessa che ci saremmo rivisti.
Nell’allontanarmi pensai: “In fondo è una donna sola che cerca di crescere una figlia. Avrà patito e forse patirà le pene dell’inferno. Chi sa quanti prima di me avranno “ascoltato” il suo dramma? E tentato, anche, di consolarla”.
Quello che, forse, rappresento per Lei, io non riesco e non riuscirò mai a vederlo in nessuno. Non ho mai pensato al “mal comune mezzo gaudio”. La coscienza civile non nasce dalla sofferenza ma dalla consapevolezza.
venerdì 12 giugno 2009
Le "draghe" editoriali
Qualcuno si chiederà a cosa è ispirato il titolo di questo articolo. Chi “vive” internet, anche come un lavoro, si accorge, a prima vista, di cosa succede nel campo dell’informazione in rete. E’ di alcuni giorni fa un altro mio articolo dedicato all’editoria “su carta moschicida” e su come funzionano questi “prodotti” editoriali. Una rubrica televisiva, sull’emittente nazionale Italia 1, si è posta il problema di come il giornale digitale sia diventato l’alternativa all’informazione su carta stampata e quindi uno degli elementi che ne stanno determinando il lento declino. A mio avviso questo è un falso problema in quanto le maggiori testate giornalistiche nazionali pubblicano in rete i loro quotidiani fornendo un’alternativa fruibile a chi usa il computer e quindi facendosi concorrenza da soli. La rubrica in questione non ha focalizzato perfettamente le cause che possono aver determinato o determinare tale scenario nell’informazione. Una proiezione della realtà molto limitata. Questo perché internet non rappresenta assolutamente il luogo dove si fa informazione in quanto è un contenitore eterogeneo aperto a tutto e di cui è difficile “controllarne” le fonti. La maggior parte dell’editoria presente in rete, di sola origine digitale, non fa altro che “rubacchiare” a destra e a manca titoli ed articoli, anche con scaltre iniziative editoriali che attirano eventuali aspiranti “autori” che non riusciranno mai a farsi pubblicare un loro articolo ma che vedranno le loro fatiche prese come spunti o rielaborate. Da qui il titolo che vuole rappresentare un “nuovo” modo di fare “informazione”, che utilizza la rete come un mare che è “scandagliato” sistematicamente da queste “draghe” che vanno alla ricerca di tutto ciò che può essere riciclato, principalmente ricorrendo alla traduzione, o trovando spunti originali tra quello che spontaneamente alcuni blogger, particolarmente ispirati, riescono a pubblicare nei vari spazi che fortunatamente non mancano in rete. Non credo che questo modo di fare informazione possa preoccupare, più di tanto, la “carta stampata” in quanto in nessun caso può costituire una “seria” minaccia.
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