mercoledì 15 settembre 2010
L’estrema sintesi (aforisma 45)
E’ più nobile non servire che essere legati ad un rapporto di servitù. (Leonardo Bottiglieri, 09 settembre 2010)
sabato 4 settembre 2010
The nutshell (aphorism 44)
The magnificence of the "creation" is equal to its fragility. (Leonardo Bottiglieri, 04 September 2010)
L'estrema sintesi (aforisma 44)
La magnificenza del “creato” è pari alla sua fragilità. (Leonardo Bottiglieri, 04 settembre 2010)
The nutshell (aphorism 43)
The words of a fool is characterized by a pronounced swagger and the typical "form" boomerang. (Leonardo Bottiglieri, 04 September 2010)
L'estrema sintesi (aforisma 43)
La frase dello stolto si contraddistingue per una marcata spavalderia e per la tipica "forma" a boomerang. (Leonardo Bottiglieri, 04 settembre 2010)
venerdì 3 settembre 2010
Dove si incrociano le “lame”
Al via la IV edizione di “X factor”, sempre più costola dell’isolano reality, anch’esso, targato Rai2. Come era prevedibile non mancano gli spunti per poterne, a torto o ragione, parlare. E’ scontato che i protagonisti non sono gli aspiranti “artisti”, portatori sani dell’X factor, ma i quattro famosi giudici che fin dalle prime battute fanno capire quale “aria” si respirerà. Subito la sig.ra Tatangelo risponde con un affondo, di fioretto, all’entrata a gamba tesa della sig.ra D’Abbraccio, nell’occasione “vestitasi” dei panni di produttore. Una reazione, quella della sig.ra Tatangelo, che denota una certa premeditazione e questo non perché la scena fosse prevista dal copione, ma per la reazione così immediata. La frase pronunciata è sembrata essere lì, sulla punta della lingua, pronta a “colpire” chiunque le fosse capitato a tiro. Una difesa giusta a fronte di un giudizio gratuito ed insensato. Era ed è scontato che, tra i “quattro”, la Tatangelo sia la più esposta ad un certo tipo di “tiro al bersaglio”, ma il suo aforisma è stato “troppo” visto il personaggio a cui era diretto. E’ stato quasi come sparare sulla Croce Rossa. Avrei preferito che l’avesse ammonita dicendole di non oltrepassare i limiti, ma senza tentare di annientare un donna con un’immagine di una “trasparenza” cristallina.
martedì 31 agosto 2010
Guappo di cartone, ovvero: “Fischi per fiaschi e lucciole per lanterne”.
“Eroi di carta” non è un titolo coniato da Alessandro Dal Lago, ma è semplicemente, da sempre, un modo di intendere e di indicare quelle figure “eroiche” che fanno parte del mondo dei fumetti, dei romanzi o della celluloide. Figure che nulla, o quasi, hanno a che vedere con la realtà. La Rita “nazionale”, nel 1997, ha cantato una canzone con lo stesso titolo dove nell’inciso recita: «Eroi di carta senza gloria»; quindi il termine in nessun modo, nemmeno per assonanza, può essere accostato al partenopeo “guapp ‘e carton”. Questa definizione la si deve a Raffaele Viviani che, nella commedia “Guappo di cartone” (1932), ritrasse col personaggio di Sanguetta un guappo stanco, vittima del proprio passato ed emarginato dopo la detenzione in carcere. Nel linguaggio di uso comune vi è l’abitudine di servirsi del termine “guappo di cartone” con il significato di gradasso. Sostanziale è la differenza tra “guappo” e “guappo di cartone”, è come l’essere e l’apparire. Inoltre nell’immaginario collettivo partenopeo il “guappo” non è un eroe, ma un individuo che “sfida” la legge ed impone le sue regole. Quindi mi sembra più che una forzatura, cattiva fede, voler a tutti i costi attribuire al prof. Dal Lago un uso improprio e di “cattivo gusto” del titolo dato alla sua disamina sul celeberrimo “Gomorra” di Roberto Saviano. Un antico proverbio napoletano recita: «’O barbiere te fà bello, ‘o vino te fà guappo e ‘a femmene te fà fesso».
domenica 15 agosto 2010
Giuliano Ferrara e le sue scuse a Claudia Fusani.
«L’insinuazione, chiarita ampiamente da altri, era efficace ma piuttosto bassa, e la parte migliore di me se ne scusa con la collega. Ma la parte peggiore voleva per un momento mettersi al livello di questa setta di croniste aguzzine che domandano al malcapitato di turno: “E con quei soldi che voleva farci?”. “Droga pesante e armi”, ho esclamato. La mia attenuante è questa: penso davvero che cattiva magistratura e cattivo giornalismo stiano facendo dell’Italia un oscuro stato di polizia.» (Giuliano Ferrara, 30 luglio 2010)
mercoledì 3 marzo 2010
I nuovi messia
Il Signore ha detto: «Chi non ha peccato scagli la prima pietra». Dopo circa 2000 anni un “signore”, in un suo libro, ha scritto: «Non esistono uomini innocenti, ma solo uomini che non hanno ancora confessato». Mi chiedo: «E’ plagio? o solo il delirio dell’onnipotenza?(!)».
domenica 28 febbraio 2010
L’estrema sintesi (aforisma 03)
Il “limite” è dato: dall’ignoranza o dall’opportunismo. (Leonardo Bottiglieri, 28 febbraio 2010)
Quando si dice: «La speranza è l’ultima a morire»
Vorrei chiedere all’On. Fini: «Sa quanti “danni e disastri” procura questa giustizia che “funziona”? E’ mai entrato in un aula di giustizia da semplice ed anonimo cittadino? E sempre come tale, ha mai fatto una denuncia?». Pensi! che, in tempi non sospetti, l’On. Giovanni Giolitti ebbe a dire: «Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano.» E’ evidente che le Sue affermazioni, On. Fini, rispondono perfettamente a “logiche di convenienza” perché Lei sa bene come funzionano le “cose”. Mai come in questo caso è d’obbligo una premessa: «Non ho mai votato per Berlusconi! e per la destra in generale!». Chi mi conosce sa che questa affermazione corrisponde al vero. Oggi, più che mai, sono convinto che il problema dell’Italia sono gli italiani. Un modus vivendi talmente radicato che l’On. Berlusconi rappresenta, stranamente, una speranza che spero non sia l’unica e nemmeno l’ultima.
L’estrema sintesi (aforisma 02)
La giustizia in Italia? E’ come sedersi ad un tavolo di poker con un baro! (Leonardo Bottiglieri, 27 febbraio 2010)
L’estrema sintesi (aforisma 01)
C’è chi va dove lo porta il cuore, chi invece si fa condurre dalla mente, il resto vanno tutti a piedi. (Leonardo Bottiglieri, 23 febbraio 2010)
domenica 14 febbraio 2010
La notte delle vacche nere
Oramai siamo alla frutta! Comici che parlano di bilanci e giornalisti che fanno teatro per far ridere la gente. Per carità! non sarò certo io a meravigliarmi di ciò e di ben altre cose che accadono nel nostro Paese ma sarebbe opportuno rammentare, a costoro, il detto napoletano che recita: "ca' nisciun è fess!" (per gli amici: "qua nessuno è fesso"). Si noti con quanta "nonchalance" il sig. Beppe Grillo sostiene la tesi che il "crack" finanziario della Parmalat era prevedibile e sotto gli occhi di tutti: «Parliamo del 2001 poi il crack è arrivato a dicembre 2003 ... andavo sulla Banca d'Italia a vedere i debiti ... erano tutti lì ... sul sito ... perché io sono passato come eroe europeo per aver detto delle stronzate? che sapevano tutti? ... io ho parlato con un... un... uno della Parmalat che ho detto il nome qui ... il latte lo fa la mucca il culo se le fatto la mucca la mucca dovrebbe essere risarcita». Si dice che la mente di un artista (perché Beppe Grillo è un "artista") sia attraversata da una linea di follia che lo rende unico ed inimitabile ma nel caso Parmalat, il "Grillo Parlante", avrebbe fatto meglio a "tacere" invece che avventurarsi per sentieri a lui palesemente sconosciuti dimostrando che la sua follia va ben oltre certi canoni e rasenta il delirio. E' chiara la difficoltà in cui si trova nel dover giustificare, alla magistratura, il modo in cui ha agito. Invece di rendere pubbliche le "confidenze" ricevute, denunciandole alle autorità competenti, ha preferito farle diventare materiale per i suoi spettacoli. Il sig. Beppe Grillo, per me, è colpevole quanto coloro che, attivamente, hanno determinato il disastro Parmalat: "non impedire un evento che si ha l'obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo". Se bene non avesse l'obbligo giuridico (punti di vista) aveva quantomeno quello morale. Per essere chiari: con la sua condotta omissiva ha permesso che decine di migliaia di azionisti ed investitori fossero vittime di un reato. La sua è stata una vera e propria "omissione di soccorso" in quanto avrebbe dovuto compiere tutte quelle azioni a tutela o in aiuto di terzi che erano esposti ad un pericolo. Come si può ben vedere io parlo di omissione, non di omertà, questo perché il sig. Beppe Grillo è di Genova e non del "mio omertoso" Sud. Oggi è chiaro che, il comico genovese, è "entrato in politica" a difesa delle mucche e dei loro interessi. Mi chiedo: "si può ridere delle disgrazie altrui?". Sembrerebbe di si! Un detto antico recita: "il riso fa buon sangue" ed ecco che anche il sig. Marco Travaglio si è dato al teatro comico. Con fare collaudato ed una mimica facciale che ricorda il gatto Silvestro, intento a pregustare il tanto desiderato "bocconcino", parla anche lui del "caso" Parmalat e dice: «Vi basterà la scena finale del crack Parmalat cioè il giorno in cui sta arrivando la Guardia di Finanza nella sede legale ... arriva nella sede legale di Parma la Guardia di Finanza mandata dalla Procura di Milano si diffonde la voce: "sta arrivando la Guardia di Finanza" ... sentendosi perduti perché sta arrivando la Guardia di Finanza impugnano delle grosse mazze ... pensate in quali mani era la Parmalat». La cosa che più mi colpisce, nel racconto citato, è l'uso dei verbi: "sta arrivando" ed "arriva". Sembrerebbe, secondo la sequenza, che qualcuno avesse avvertito dell'arrivo della Guardia di Finanza: "sta arrivando". Poi "arriva" e nuovamente "si diffonde la voce: "sta arrivando la Guardia di Finanza". Questo più che un racconto sembra un "travaglio". Sono confuso, non so a cosa pensare e quindi concedo come attenuante, al cicerone, l'uso improprio dei verbi saltando, a piè pari, alla scena delle "grosse mazze". Come tutti ben sanno i "top manager" o perlomeno i manager previdenti hanno la "sana" abitudine di tenere a portata di mano, in caso di bisogno, delle "grosse mazze". Qui si potrebbero fare una serie infinita di considerazioni ma mi limiterò a chiedermi: «con tutto il tempo a disposizione (da quando il sig. Grillo lo ha raccontato al suo pubblico), le "grosse mazze" erano l'unico mezzo? non si poteva pensare a qualcosa di più "sofisticato" che si autodistruggesse come in "mission impossible"? con il passaparola una notizia quanto tempo impiega a diffondersi? agli spettacoli del comico genovese chi ci va? il crack Parmalat era davvero il "segreto di Pulcinella"?» Una notizia del genere avrebbe fatto gola a tanti, poteva essere uno "scoop" giornalistico, una "merce" di scambio o un mezzo per indurre a fare o a non fare e chissà a quante altre "applicazioni" sarebbe potuta servire. Improvvisamente sembra che fossero diventati tutti sordi, ciechi e muti. Una notizia data con il "silenziatore". Si potrebbe pensare che "qualcuno" avesse interesse a divulgare la notizia, attraverso canali non istituzionali, per "disinnescarla" del potenziale "dirompente" e renderla così inutilizzabile o perché oramai la "mucca Parmalat" aveva smesso di essere produttiva e di "speculazioni" ed altri "traffici" ipotizzabili non se ne potevano più fare e "conveniva" abbandonarla, in tal guisa, al suo inevitabile "destino". Pensate in quali mani era ed è... l'informazione. domenica 7 febbraio 2010
Google: un robot, un algoritmo o semplicemente un deficiente
Maroni e il video-choc: «Un errore» La Iervolino: «Ne è valsa la ...
commento inviato il 06-11-2009 alle 05:16 da Leonardo Bottiglieri. via dai maroni! ... commento inviato il 04-11-2009 alle 03:36 da Leonardo Bottiglieri ...www.ilmattino.it/articolo
commento inviato il 06-11-2009 alle 05:16 da Leonardo Bottiglieri. via dai maroni! ... commento inviato il 04-11-2009 alle 03:36 da Leonardo Bottiglieri ...www.ilmattino.it/articolo
Questo è quanto viene evidenziato nell'indice di Google scrivendo il mio cognome e nome. Contiene due elementi: il primo mi manda via dai ..., il secondo mi attribuisce la paternità del commento. Cosa fare? Non è scemplice perché Google sembrerebbe un entità astratta. Ho più volte tentato di comunicare, così come altri milioni di utenti internet, con il motore di ricerca ma è inutile o forse impossibile per la quantità "infinita" di dati ma un tentativo ritengo che sia giusto farlo e quindi l'unica strada è quella giudiziaria. Sembrerebbero esserci tutte le condizioni per poter agire nei confronti di Google in quanto non è possibile utilizzare indebitamente il nome altrui senza subirne le dovute conseguenze sia di ordine civile che penale. Difficile? Forse! ma non impossibile. Staremo a vedere chi la spunta e se è possibile mettere un po' di rispettoso ordine nella Giungla Google.
sabato 9 gennaio 2010
Ripetita juvant
In questi giorni, ancora una volta in prima pagina, su un noto quotidiano nazionale troviamo il "cantastorie", per eccellenza, che si diletta a parlare di "mafie". Cosa può far pensare a lui come ad un esperto della "materia" non è dato saperlo. Una cosa è certa ed inconfutabile ha "scritto" un "romanzo" che ha riscosso un sucesso che va al di là di ogni ragionevole e più rosea previsione. Vorrei tentare, nel formulare un teorema, di dare una risposta a tutto ciò. Il "fortunato" editore che ha contribuito al successo di questo scritto è una gloriosa casa editrice italiana che come tutti ben sanno "appartiene" ad un noto imprenditore e politico italiano che molti indicano come colui che negli ultimi 40 anni è riuscito dal "niente" a creare un impero grazie ai soldi di dubbia provenienza. Poichè molti pensieri "illiustri" e lustrati lo indicano come persona non estranea ad un certo tipo di criminalità, vuoi vedere che il "cantastorie" è diventato un esperto grazie ai soldi che gli sono piovuti addosso? Come il proverbio: "chi va con lo zoppo impara la zoppia". Un miracolato! Una sorta di proprietà transitiva che lo rende il "prescelto" invaso dalla "divina" provvidenza. A questo punto è d'obbligo chiedersi: può un "paladino" che ha sfidato i "clan" con gesti plateali (come espletare un bisogno fisiologico in una vasca da bagno appartenuta ad un "famoso" camorrista), quanto meno, non indignarsi nel prendere i soldi da un editore che sembrerebbe essere legato a certi ambienti? Chissà? Dicono che i soldi non hanno odore o male che vada ci si può sempre turare il naso.
mercoledì 9 dicembre 2009
Licenziata per aver scritto su Facebook che il suo lavoro era noioso.
(ANSA) - LONDRA, 27 feb 2009 - Licenziata per aver scritto su Facebook che il suo lavoro era noioso. E' successo a Kimberley Swann, una sedicenne dell'Essex. La ragazza, che aveva iniziato a lavorare per una piccola azienda di Clacton tre settimane prima, aveva scritto: 'Kimberley pensa che il suo lavoro sia noioso'. Lunedi', arrivata in ufficio, ha ricevuto una lettera di licenziamento con effetto immediato, che adduceva come causa ai commenti su Facebook.Ogni italiano perde 190 ore tra file ed uffici
(ANSA) - ROMA, 4 mag 2009 - Ogni italiano trascorre circa 190 ore l'anno tra file, attese e pellegrinaggi negli uffici puubblici per tasse, documenti e burocrazia varia. Il dato quasi raddoppia se il disbrigo degli iter spetta ad un extracomunitario che vive in Italia. Ad evidenziare questo dato é il Patronato Inac-Cia che sta ultimando uno studio sui comportamenti degli italiani, in particolare sui pensionati, rispetto agli adempimenti burocratico-amministrativi. Tra le curiosità segnalate dall'Inac c'é la percentuale di chi non conosce il ruolo e i servizi offerti dai patronati (circa il 73% degli italiani e il 95% degli stranieri) e la percentuale degli 'ignoranti' in materia di leggi e norme pensionistiche, previdenziali e assistenziali (59%).Il 'passaparola' rimane, per affidare il disbrigo delle pratiche, il metodo piu' adottato (65%). Tra un informato e un 'novizio' della pratica c'é una differenza abissale in termini di ore buttate.In questo contesto, l'Inac scende in piazza sotto lo slogan 'C'é differenza tra sapere e non sapere: fare domande, avere risposte'. Il 9 maggio sarà presente nelle strade di tutte le province italiane con gazebo informativi e personale qualificato che rimarrà l'intera giornata a dare spiegazioni ai passanti su pensioni, sicurezza sul lavoro e altro. giovedì 19 novembre 2009
Eaco a Napoli.
I segnali si sono evoluti per manipolare il comportamento di un altro essere
Il problema evoluzionistico del linguaggio è il suo apparente altruismo.
Gran parte del nostro parlare, fatta eccezione per gli ordini e le domande, serve a trasferire informazioni potenzialmente utili dall’emittente (colui che parla) al ricevente (colui che ascolta). Parlare costa tempo ed energia e sembra recare vantaggi solo all’ascoltatore. Sembra quindi un’azione altruistica. Ma l’evoluzione tende a evitare i comportamenti altruistici. Cinquanta anni fa, la comunicazione altruistica non sembrava un problema. L’etologo Konrad Lorenz aveva sostenuto che comunicare servisse al bene della specie. Si riteneva che comportamenti ritualizzati, come il ringhio di un cane, servissero a trasmettere un’informazione precisa sul livello di aggressività di un individuo e sulla sua volontà di combattere. Se un cane che ringhia incontra un altro cane che non ringhia, quest’ultimo dovrebbe abbandonare il campo ed evitare alla propria specie un inutile combattimento fra cani. Per diversi decenni, il dogma per i biologi era che il segnale nel mondo animale significasse comunicazione, che la comunicazione rivelasse emozioni e intenzioni, e che si fosse evoluta per rendere più efficienti le relazioni sociali.
Con l’avvento della teoria del gene egoista negli anni Settanta questa visione idilliaca del segnale animale finì in pezzi: i caratteri non si sono evoluti per il bene della specie. Nel loro fondamentale articolo del 1978, Richard Dawkins e John Krebs sostenevano che gli animali avrebbero potuto evolvere la produzione di segnali solo nel caso in cui i segnali avessero conferito loro un vantaggio netto in termini di fitness, vantaggio consistente in un aiuto a duplicare i propri geni a spese degli altri. L’evoluzione non può favorire una condivisione altruistica delle informazioni più di quanto possa favorire l’altruistica condivisione del cibo. Pertanto, la maggior parte dei segnali animali debbono essersi evoluti per manipolare il comportamento di un altro animale a proprio vantaggio. Il cane ringhia perché è più facile intimidire un rivale che combatterlo. La teoria moderna dei segnali animali si è sviluppata a partire da questa intuizione. I segnali in realtà non trasmettono informazioni sul mondo, perché gli emittenti hanno molte buone ragioni per mentire sul mondo. La teoria sostiene che gli animali in generale si sono evoluti per ignorare i segnali di altri animali che possono essere usati per manipolazione. Ci sono poche eccezioni. I predatori ricevono segnali dalle prede che, in modo attendibile, avvertono: «Non puoi prendermi», oppure «Sono velenoso» (gli animali che si nascondono dai predatori hanno evoluto il mimetismo, il cui scopo è di nascondere anziché trasmettere segnali della propria esistenza). E gli animali che cercano un buon partner con cui accoppiarsi ascoltano i segnali del tipo: «ho dei buoni geni». Tutto qui. A eccezione di quelli di velenosità, questi segnali sono contemporaneamente tutti anche indicatori di fitness. Qualsiasi altro tipo di segnale che si è evoluto in natura è probabilmente pura manipolazione, che espone il ricevente alle menzogne, alla chiacchiera melliflua e alla propaganda.
Di fatto non ci sono modelli di segnali animali nei quali è possibile che si evolvano informazioni sempre attendibili, dato che emittente e ricevente hanno forti conflitti di interessi. Le api usano danze per indicare la direzione e la distanza del cibo, ma le api sono sorelle dello stesso alveare e hanno quindi lo stesso interesse comune.
Con l’avvento della teoria del gene egoista negli anni Settanta questa visione idilliaca del segnale animale finì in pezzi: i caratteri non si sono evoluti per il bene della specie. Nel loro fondamentale articolo del 1978, Richard Dawkins e John Krebs sostenevano che gli animali avrebbero potuto evolvere la produzione di segnali solo nel caso in cui i segnali avessero conferito loro un vantaggio netto in termini di fitness, vantaggio consistente in un aiuto a duplicare i propri geni a spese degli altri. L’evoluzione non può favorire una condivisione altruistica delle informazioni più di quanto possa favorire l’altruistica condivisione del cibo. Pertanto, la maggior parte dei segnali animali debbono essersi evoluti per manipolare il comportamento di un altro animale a proprio vantaggio. Il cane ringhia perché è più facile intimidire un rivale che combatterlo. La teoria moderna dei segnali animali si è sviluppata a partire da questa intuizione. I segnali in realtà non trasmettono informazioni sul mondo, perché gli emittenti hanno molte buone ragioni per mentire sul mondo. La teoria sostiene che gli animali in generale si sono evoluti per ignorare i segnali di altri animali che possono essere usati per manipolazione. Ci sono poche eccezioni. I predatori ricevono segnali dalle prede che, in modo attendibile, avvertono: «Non puoi prendermi», oppure «Sono velenoso» (gli animali che si nascondono dai predatori hanno evoluto il mimetismo, il cui scopo è di nascondere anziché trasmettere segnali della propria esistenza). E gli animali che cercano un buon partner con cui accoppiarsi ascoltano i segnali del tipo: «ho dei buoni geni». Tutto qui. A eccezione di quelli di velenosità, questi segnali sono contemporaneamente tutti anche indicatori di fitness. Qualsiasi altro tipo di segnale che si è evoluto in natura è probabilmente pura manipolazione, che espone il ricevente alle menzogne, alla chiacchiera melliflua e alla propaganda.
Di fatto non ci sono modelli di segnali animali nei quali è possibile che si evolvano informazioni sempre attendibili, dato che emittente e ricevente hanno forti conflitti di interessi. Le api usano danze per indicare la direzione e la distanza del cibo, ma le api sono sorelle dello stesso alveare e hanno quindi lo stesso interesse comune.
tratto da: “Uomini, donne e code di pavone”, Miller G., Einaudi
mercoledì 4 novembre 2009
Quando l'uso diventa abuso
Un atto estremo, plateale e pertanto inutile, privo anche del più elementare requisito: la speranza.
Come si fa, anche per un solo istante, a credere che un gesto così efferato possa generare un moto dell’animo che non sia la paura? Una dichiarazione di guerra alle coscienze o solo un atto di “guerriglia”? Un vero e proprio “spot”, in linea con la tivù commerciale, che evidenzia come la mafia “certi lavori” li esegue con precisione e “pulizia”. Se lo scopo era identificare l’autore del crimine non bastava pubblicare il fotogramma con il volto? Il fine è prendere il colpevole o inviare messaggi? Un modo di agire incomprensibile che denota paura. Come se si volesse distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica forzandola a guardare altrove. Per l’uomo ucciso nessuna pietà, nemmeno quel minimo di dignità che ogni “vita”, almeno dinanzi alla morte, merita.
Tratto da “Un’isola” di Giorgio Amendola:
“Inviati al tribunale di Napoli, sulla base del verbale dell’interrogatorio, fummo assolti dalla imputazione di rissa, grazie alla difesa di Claudio Ferri, per insufficienza di prove. Nella stessa udienza vennero svolti rapidamente altri processi per reati di varia natura, con rituali difese d’ufficio (“Mi rimetto all’indulgenza della Corte…”) e dure condanne. Quando, terminata l’udienza, il presidente si alzò, un vecchietto seduto accanto a me domandò: «E a me non lo fate il processo?». Il presidente, visibilmente seccato, gli chiese il nome e, sfogliate alcune carte, freddissimo gli disse di averlo già chiamato. «Non hai risposto e ti abbiamo condannato in contumacia a cinque anni per ubriachezza e schiamazzi». Il vecchietto non sapeva che cosa fosse essere dichiarato contumace e si affannò a dire che era sempre stato presente, condotto in quell’aula dai carabinieri. Si rivolse ai carabinieri di scorta, per sollecitare la loro testimonianza, ma questi, non interrogati, non intervennero. Tentai di parlare, per confermare che era stato sempre presente e che, per non aver udito il suo nome, non poteva essere dichiarato contumace. «Lei non c’entra, stia zitto, del resto è sempre possibile al condannato ricorrere in appello».
Fui colpito dalla fredda disumanità di quel magistrato che voleva correre a casa per il pranzo e non voleva perdere tempo per colpa di un vecchio sordo ed ignorante. Il palese disprezzo dell’uomo era proprio di una certa tradizione della magistratura italiana che, anche prima del fascismo, era riconosciuta, tranne rare eccezioni, come conservatrice, quasi sempre espressione dei ceti più retrivi dei proprietari agrari, una magistratura di classe, la giustizia dei signori. In fondo, per quanto detenuto politico comunista, io avevo avuto un trattamento migliore perché avevo un buon avvocato, sapevo parlare, ero considerato dal quel giudice come uno della sua classe. Sempre il “figlio del ministro”.”
Le coscienze non si violentano ma si fanno crescere nella consapevolezza dei propri diritti.
Come si fa, anche per un solo istante, a credere che un gesto così efferato possa generare un moto dell’animo che non sia la paura? Una dichiarazione di guerra alle coscienze o solo un atto di “guerriglia”? Un vero e proprio “spot”, in linea con la tivù commerciale, che evidenzia come la mafia “certi lavori” li esegue con precisione e “pulizia”. Se lo scopo era identificare l’autore del crimine non bastava pubblicare il fotogramma con il volto? Il fine è prendere il colpevole o inviare messaggi? Un modo di agire incomprensibile che denota paura. Come se si volesse distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica forzandola a guardare altrove. Per l’uomo ucciso nessuna pietà, nemmeno quel minimo di dignità che ogni “vita”, almeno dinanzi alla morte, merita.
Tratto da “Un’isola” di Giorgio Amendola:
“Inviati al tribunale di Napoli, sulla base del verbale dell’interrogatorio, fummo assolti dalla imputazione di rissa, grazie alla difesa di Claudio Ferri, per insufficienza di prove. Nella stessa udienza vennero svolti rapidamente altri processi per reati di varia natura, con rituali difese d’ufficio (“Mi rimetto all’indulgenza della Corte…”) e dure condanne. Quando, terminata l’udienza, il presidente si alzò, un vecchietto seduto accanto a me domandò: «E a me non lo fate il processo?». Il presidente, visibilmente seccato, gli chiese il nome e, sfogliate alcune carte, freddissimo gli disse di averlo già chiamato. «Non hai risposto e ti abbiamo condannato in contumacia a cinque anni per ubriachezza e schiamazzi». Il vecchietto non sapeva che cosa fosse essere dichiarato contumace e si affannò a dire che era sempre stato presente, condotto in quell’aula dai carabinieri. Si rivolse ai carabinieri di scorta, per sollecitare la loro testimonianza, ma questi, non interrogati, non intervennero. Tentai di parlare, per confermare che era stato sempre presente e che, per non aver udito il suo nome, non poteva essere dichiarato contumace. «Lei non c’entra, stia zitto, del resto è sempre possibile al condannato ricorrere in appello».
Fui colpito dalla fredda disumanità di quel magistrato che voleva correre a casa per il pranzo e non voleva perdere tempo per colpa di un vecchio sordo ed ignorante. Il palese disprezzo dell’uomo era proprio di una certa tradizione della magistratura italiana che, anche prima del fascismo, era riconosciuta, tranne rare eccezioni, come conservatrice, quasi sempre espressione dei ceti più retrivi dei proprietari agrari, una magistratura di classe, la giustizia dei signori. In fondo, per quanto detenuto politico comunista, io avevo avuto un trattamento migliore perché avevo un buon avvocato, sapevo parlare, ero considerato dal quel giudice come uno della sua classe. Sempre il “figlio del ministro”.”
Le coscienze non si violentano ma si fanno crescere nella consapevolezza dei propri diritti.
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